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lunedì 20 settembre 2010

Storia della nutella

dolci


La storia della nutella

La Nutella nasce ufficialmente nel 1964, ma le sue origini risalgono agli anni '40, alla fine della seconda guerra mondiale.
Fu allora che Pietro Ferrero, un pasticcere di Alba, provò a sostituire il costosissimo cioccolato con le nocciole (un prodotto tipico delle Langhe piemontesi): nacquè così la Pasta Gianduia (o Giandujot), che era confezionata sottoforma di pani avvolti nella carta stagnola, si tagliava a fette ed era economica.
Nell'estate del 1949 la ricetta venne ritoccata e l'impasto reso più morbido, cremoso. Da lì a due anni venne lanciato un nuovo prodotto, la Supercrema, che venne confezionata in barattoli e venduta come crema spalmabile. Nel 1964 il nome venne modificato in Nutella (al suffisso "nut", che si rifà al termine inglese di nocciola, venne agganciata la desinenza "ella", che evoca attributi positivi ed è facile da pronunciare ad ogni latitudine).

Minori










Originariamente Minori era un piccolo villaggio di pescatori, ma nel Novecento una notevole urbanizzazione - unita al turismo - ha reso Minori una delle piccole gemme della Costiera.


Anticamente, in epoca romana, aveva il nome di Reghinna minoris, allo scopo di essere differenziata dalla più grande e contigua Reginna Maioris (da cui vengono gli odierni nomi "Minori" e "Maiori").


La vita economica e sociale del paese si è sviluppata intorno alla Basilica di Santa Trofimena. Minori è stata sede vescovile per quasi mille anni dall'VIII al XVIII secolo d.C. Per secoli Minori è stato l'unico paese della Costiera Amalfitana a conservare le spoglie di una santa. Santa Trofimena, infatti, oltre che Patrona di Minori, è stata a lungo Patrona dell'intera Costiera e della Repubblica Marinara di Amalfi, oltre che fortemente venerata nella cittadina siciliana di Patti (ME).
Recentemente (1932) è stata ritrovata una villa romana, a testimonianza che "Reghinna Minoris" era una località di soggiorno e vacanza per facoltosi romani.
Nel medioevo Minori fu saccheggiata dai Pisani, in quanto era uno dei principali cantieri della Repubblica marinara di Amalfi.
Nel 1656 la Peste ne decimó la popolazione e solo alla fine dell' Ottocento Minori tornó ad avere una certa importanza, principalmente per via dei suoi "limoni" (e del famoso liquore amalfitano "Limoncello").
Durante lo sbarco degli Alleati del settembre 1943 Minori fu duramente colpita da bombardamenti (Operazione Avalanche).
Attualmente la cittadina è molto frequentata da turisti inglesi ed australiani.




Monumenti 
Il principale monumento è la Basilica di Santa Trofimena, che é a tre navate ampie divise da pilastri con cappelle corrispondenti. La Basilica ha un prezioso pulpito in marmo del Seicento, con un'urna in alabastro contenente le spoglie della Santa Trofimena. 
La Villa Marittima Archeologica Romana del I secolo d.C., scoperta nel 1932 contiene preziosi reperti, mosaici e decorazioni tuttora ben conservati. Antiquarium, Viridarium, Triclinio Ninfeo, le sue decorazioni pittoriche ben rappresentano quella che fu la villa d'otium in cui trascorrere i periodi di riposo di nobili romani. 
L'Arciconfraternita del SS. Sacramento del XVI secolo, recentemente arricchita con splendidi pannelli in ceramica all'ingresso del M° Palladino. Le origini dell'Arciconfraternita sono da collocare al periodo medioevale. 
Il Campanile dell'Annunziata del XII secolo. Prezioso esempio di architettura arabo-normanna. 
Caratteristica è la Chiesa di San Giovanni del Piezulo, di epoca medioevale, vicino alla quale si trovano le mura di una antica residenza nobile, la cosiddetta Torre Paradiso. 
Altre chiese di secondaria importanza sono la Chiesa di Santa Lucia (XIII sec., di impianto paleocristiano con un prezioso ratablo ligneo) che sorge nel centro storico di Minori; la Chiesa di S.Gennaro e S.Maria delle Grazie a Villamena e la Chiesa di San Michele a Torre. 
Infine va ricordato il medioevale Convento di San Nicola in località Forcella. 


domenica 19 settembre 2010

Caprese



La Torta Caprese

La Torta Caprese, diffusa, oltre che a Capri, soprattutto nella Penisola Sorrentina e in Costiera Amalfitana, sarebbe un'involontaria creazione della pasticceria caprese e risale agli anni Venti del secolo scorso.
Sembra, che il cuoco Carmine Di Fiore, avesse dimenticato di mettere la farina in una torta di mandorle che stava preparando per tre malavitosi americani giunti a Capri per acquistare una partita di ghette per Al Capone.
Il risultato fu così buono che i tre americani ne pretesero la ricetta e Di Fiore, battezzatala "caprese", iniziò a produrre la torta con regolarità, ottenendo in poco tempo grande successo e molti proseliti.

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Miele & Vaniglia

Liquirizia


la liquirizia

La liquirizia era una pianta importante nell'antico Egitto, in Assiria e in Cina, era già nota nell'antica medicina greca ma solo nel XV secolo è stata introdotta dai frati domenicani in Europa. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono da sempre per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.





giovedì 9 settembre 2010





Per indicare qualcuno che non assurge alle vette più alte del 
pensiero si dice: “Non è un’aquila.” E anche: “Non è una cima.”
Questa seconda espressione si rivela assai poco calzante quando il soggetto di cui si parla è un napoletano. E quando le cime non sono quelle elevatissime del genio, ma le umilissime, terrestri cime di rapa. “Rapa: pianta orticola coltivata per la produzione delle radici, di forma tondeggianteo allungata, dalla polpa bianca e croccante e dal sapore intenso, dolciastro o leggermente piccante”. Così il Dizionario di gastronomia di Antonio Piccinardi. Non ci si lasci ingannare da questa accattivante descrizione:le rape non sanno di niente. E niente sanno; per estensione, una testa di rapaè una testa imbottita di idee sciocche, o - quando va bene- insipide.
L’impossibilità di cavar sangue da una rapa è la metafora linguistica più adatta a descrivere l’inanità degli sforzi di chi cerca di ricavare qualcosa dal Nulla assoluto. 
Ebbene, i napoletani sono riusciti in questa missione che va ben oltrei confini dell’impossibile. Con l’aiuto del proprio proverbiale ingegno, certo: ma pure dell’umilissima rapa. 
Poveri com’erano di tutto, ma non di idee, le figlie di primo letto di mamma Indigenza e papà Bisogno, i napoletani d’antan potevano rivolgere lo sguardo solo verso i cibi poveri quanto loro. 
Ad alzare gli occhi incavati dalla fame verso le finestre dei ricchi erano invece le napoletane, che si affollavano sotto le cucine dei nobili nella speranza che si degnassero di buttar loro qualcosa. 
Quando i ricchi del momento erano i Francesi, i cuochi (i “Monsù”) d’Oltralpe solevano gettare alla plebe gli avanzi (o peggio: i rifiuti) della cucina. 
“Les entrailles”, le interiora del pollame e di altri animali divennero così il nome con cui venivano chiamate le popolane che se le contendevano tra urla e spintoni: “zandraglie”, per l’appunto. 
Forse è per questo che Napoli è considerata un luogo dell’anima: un luogo interiore. Purtroppo, però, non sempre il cibo pioveva dal cielo. Per mangiare, i napoletani cominciarono a guardare in basso: alle cime di rape. Dove per “cime” s’intendono gli ammassi fiorali, le infiorescenze non ancora aperte, delle rape. In una parola, i broccoletti. In Italia, a questo alimento s’interessavano in tanti (specie al
Sud, terra di poveracci):chi li lessava, chi li cuoceva. I Toscani le chiamavano affettuosamente “rapini”, i baresi li cucinavano con le orecchiette. Questa abitudini sono vive ancora oggi, in quelle terre. 
A Napoli no. A Napoli, le cime di rapa prima si lavano, e poi, tutte bagnate,si gettano nell’olio. Con il loro sacrificio danno vita ad uno dei piatti più creativi della cucina partenopea: i friarielli. 
Le cime di rapa cotte nell’olio. Ma dove sta tutta questa creatività? In fondo si tratta di un piatto povero, e pure semplice da preparare. Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Quando qualcosa (o qualcuno) non gli piace, o non lo convince, il napoletano dice: “Nun me dà calore.” Calore va inteso come caloria. 
Il metro è infatti questo: Il Bello (e il Buono) sono le cose che nutrono. 
Contro le calorie aNapoli si è sempre combattuto: non per diminuirle (come si fa oggi nel mondo occidentale), ma per aumentarle. In quest’ottica, le cime di rapa(a buon mercato in qualunque buon mercatino) di calorie ne fornivano davvero poche. In assenza di dietologi e nutrizionisti, quest’informazione proveniva dalla pancia. Per gustarsele, occorreva perciò metterle insieme a qualcosa di fortemente calorico. E’ qui che saltò fuori l’idea geniale, che fece crescere enormemente il 
prodotto interno lardo dei napoletani: le cime di rapa venivano cotte dentro abbondanti razioni di strutto. Che a Napoli, come tutte le grandi madri, è femminile: ‘a nzogna. Cioè la sugna. La cerimonia nuziale tra il lardo e la cima di rapa si chiama frittura. Un metodo di cottura che consiste nel mettere un alimento in un grasso portato a temperatura elevata. Un ottimo sistema per fare un pieno di energia. 
Oggi qualcosa è cambiato: il grasso. Lo strutto ha ceduto il posto all’olio di oliva: quello extravergine, il più stabile alle alte temperature necessarie per friggere. 
L’olio e la frittura però vengono dopo. Prima bisogna dedicare la propria attenzione alle cime di rape. Che vanno raccolte al momento giusto: i fiori devono esserci già, ma non devono essersi ancora aperti. 
Ma non preoccupatevi troppo: a scegliere le cime di rapa più adatte a diventare frarielli ci pensa il vostro “verdummaro”; a meno che non vogliate mettervi dalla parte dell’orto. 
A voi potrebbe toccare il compito di “ammonnarli”: cioè di mondarli delle parti non utilizzabili per la frittura. E’ un altro momento importante, perché vanno lasciate solo le foglie più tenere, insieme a un po’ di gambo: non troppo, ma nemmeno troppo poco. 
Raccolte, “ammonnate”, e lavate, le cime di rapa vengono invitate ad immergersi nell’olio ben caldo, dove avranno l’onore di diventare friarielli. Mai bollirle prima! Gran parte del sapore volerebbe via. 
Nella padella, insieme all’olio, c’è già in attesa l’aglio. A cottura quasi ultimata, si può (si deve!) scoprire, si aggiunge il sale e il peperoncino. Eccoli qua, i friarielli. Finalmente sono nati. Ma da come si muovono nella padella, si comprende che si sentono orfani. Si voltano e si girano, fino a che non vengono portati dalla loro mamma: la salsiccia. Di maiale,ovviamente. I friarielli senza salsicce sono come Stanlio senza Ollio; come don Chisciotte senza Sancho Panza, come Gargantua senza Pantagruel. 
Tanto per restare nel culinario. 
I friarielli sono una specialità tipicamente napoletana. Attenti a non ordinarli nelle altre zone della Campania: già in Penisola Sorrentina, a meno di 50 Km. dal capoluogo, se chiedete una porzione di friarielli vi porteranno dei (magnifici, per carità) peperoncini verdi fritti. Perché “frjere” in napoletano vuol dire semplicemente friggere. Il friariello è di umili origini. Proprio come il piatto più famoso della cucina partenopea: la pizza. Non a caso, “’a pizza ch’e friarielle” è stata la prima variante (dopo la Margherita) della pizza. 
E della pizza, i friarielli condividono il destino: mangiarli fuori Napoli è quasi impossibile, almeno quanto mangiare una “vera” pizza napoletana. Già a Roma, non se ne trovano. Né nei mercati, né nei ristoranti. Ad eccezione di quei pochissimi locali che si fanno arrivare tutto a Napoli: pizzaioli, camerieri e materie prime (pomodori, mozzarella, fiordilatte, e –appunto! – friarielli). Ed è lì che pizza e friarielli si ritrovano di nuovo insieme, per la gioia del napoletano emigrato, ma sempre grato alla sua terra per quello che gli dà. 

“’O treno steva ancora int’a stazione, quann’aggio ‘ntise ‘e primme manduline….” All’interno della Stazione Centrale di Napoli, a pochi metri dai binari, c’è una fontana che reca scolpiti in epigrafe i celebri versi della canzone ”’O Paese d’o sole”. I mandolini che “intende” (con l’orecchio) l’Autore saranno pure stati i primi, ma probabilmente anche gli ultimi. Certo è che a Napoli non si sente più un mandolino dalla notte dei tempi. Nato a Napoli, questo strumento non ha mai lasciato la città: qui è nato, è cresciuto, ed è tranquillamente spirato nel proprio astuccio, circondato dall’affetto dei suoi cari. E così, il primo elemento della trimurti napoletana mandolino-sole-pizza è bello che sistemato. Veniamo al sole. Qui il discorso cambia, ma non del tutto. Non è che a Napoli il sole sia più caldo che altrove (ad esempio, a Palermo lo è di più), né più presente (la città partenopea ha lo stesso numero di giornate soleggiate di Roma, e meno di quante ce ne siano in tante località del Sud.) Il sole napoletano deve la sua celebrità a una canzone: “’O sole mio.” Che non era nemmeno dedicata a lui: quando scrive “o sole mio sta fronte a te”, il Poeta si riferisce al viso della donna amata. Le ugole dei meridionali che affollavano la terza classe e i ponti dei piroscafi in partenza per l’America si sono poi occupati di portare questo malinteso sole fin laggiù, ed oltre. 
Tutto questo per dire che l’Ambasciatore del “Fattoanapule”nel mondo: il celeberrimo sole di Napoli, è solo una metafora, e deve tutto a una bella ragazza rimasta sconosciuta, a un poeta innamorato (Capurro, per la precisione), e a un musicista ispiratissimo (il grande Di Capua.) Sistemato così, dopo il mandolino, anche il sole, non ci resta che mettere mano al terzo elemento (ed unico alimento) della triade: la pizza. Qui però troveremo pane per i nostri denti, perché la pizza è davvero il piatto forte della portata-Napoli nel mondo. Inimitabile, e perciò straimitata in tutte (e con tutte) le salse, la pizza è come quelle pochissime dive che non sono state guastate dal successo; pur cambiando in continuazione, è rimasta sempre la stessa. Ed è generosa da sempre, avendo fatto da apripista per i prodotti della cucina italiana. Facendosi notare, la pizza ha fatto in modo che venissero notate tutte le paste italiane, dai tortellini, ai ravioli, fino ai risotti. Perfino una delle sue spalle più umili, la mozzarella, mettendosi nella sua scia ha conquistato fette di mercato sempre maggiori, riuscendo a mettersi in proprio. Oggi la mozzarella ha un posto nel pasto di milioni di persone, in ogni parte del mondo. 
Il segreto del successo della pizza e della mozzarella non è la loro esclusività, ma esattamente l’opposto: la possibilità di replicarle. Dovunque sia possibile impastare farina ed acqua, e ci siano delle bufale, si possono fare pizze e mozzarelle. Che comunque rimandano sempre, per origine, qualità e tradizione, a quelle italiane. Il Fattoanapule, anche quando viene copiato e replicato in tutte (e per tutte) le lingue, è insomma un eccellente trascinatore del MadeinItaly. Questo fenomeno non si è verificato soltanto in campo alimentare; si pensi alla moda. Tra l’ottocento e il novecento, la sartoria napoletana per uomo era la più rinomata d’Europa, e tra le migliori del mondo. E si è tirata dietro l’intero comparto delle confezioni italiane. 
Succede però che Napoli, oltre a vedersi accreditato il marchio virtuale “FattoaNapule”, sene veda universalmente addebitato un altro, che però è un marchio d’infamia: RifattoaNapule. Napoli è considerata da tutti la capitale mondiale del falso. Ma da quale pulpito viene la predica! Lo dice chiaramente quel che succede tutti i giorni alla pizza, per tacere del parmigiano, e di tanti altri prodotti alimentari e non. 
La nomea di Napoli Regina del Falso è esattamente questo: un falso. Napoli è tutt'al più la città-immagine del contraffatto, con il suo clichè di furbizia truffaldina, ma certamente non la sua centrale operativa. Né potrebbe esserlo, priva com’è di aziende adeguate, di strutture produttive su larga scala. La lunga lista invece del fattoanapule presto,ne siamo convinti, si allungherà inevitabilmente. I tempi sono maturi perché venga conosciuto in tutto il mondo un nuovo straordinario prodotto : il friariello. 
Mai piatto tanto nobile ebbe radici così proletarie. Alla nascita, il friariello non è altro che un broccolo: nu’vruoccolo, come si dice a Napoli di un individuo privo di personalità e di iniziativa. 
Il broccolo è una testa di rapa. Vabbè, non sarà una cima, però le cime ce le ha: le cime di rapa, per l’appunto. Non sottovalutatelo: non è un tipo facile. Bisogna sapere come prenderlo. E quando. 
Le “infiorescenze” vanno infatti raccolte quando non sono troppo mature (altrimenti durante la frittura si disfano), ma neppure troppo poco (in tal caso nell’olio si bruciano, rimanendo dure.) 
E la scelta delle parti del broccolo da destinare alla frittura, come spiegarla? Il motto è: “Ammonnare, non ammonire”. Traduzione: Mondare, non dare suggerimenti. La quantità di gambo da lasciare, le foglie da conservare, sono cose che non si insegnano. Si sanno. Per averle viste fare migliaia di volte dalle nonne e dalle mamme. 
L’arte del friariello fa parte dell’inconscio collettivo dei napoletani (un inconscio regionale, o forse ancor più ristretto: comunale.) Non ci sarebbe da stupirsi se un giorno venisse scoperto nel DNA dei napoletani il gene del friariello. Un gene dominante, sicuramente. 
Ad onta del celebratissimo mare, un tempo tutti i napoletani erano campagnoli. Fino a cent’anni fa la città era un susseguirsi di orti e di terrazzamenti coltivati digradanti per le colline di Posillipo e del Vomero, e ancora tanti ne sopravvivono, pur assediati e frugati dalle mani di cemento che non hanno mai smesso di allungarsi sulla città. Non ci si dimentichi che prima di meritarsi il nome di mangiamaccheroni i napoletani erano chiamati “mangiafoglia”, per la loro passione per la verdura cotta e cruda(insalata). Perciò, magari di cultura ne avevano poca, ma di coltura se ne intendevano. 
Oltre al saperlo coltivare e cogliere, il friariello bisogna saperlo cucinare. Perché Cenerentola si trasformi in Principessa, e non resti una sguattera vestita a festa; affinché il broccolo si tramuti in friariello e non in una testa di rapa fritta; perché il dolce e l’amarostico s’incontrino al centro del palato, e frittura e verdura si abbraccino dolcemente, ci vuole qualcosa che solo i napoletani possiedono: un mix di amore ed olio. Olio extravergine di oliva, naturalmente. 
Molto più che la preparazione del babà e della sfogliatella, operazioni complesse e in un certo qual modo specialistiche, la cottura del friariello viene considerata un test di napoletanità. Perché la cultura – e il genio – si misurano nelle cose semplici. Per spiegare la relatività, un professore di scuola ci mette tre ore e riempie sei lavagne di formule; il grande matematico impiega trenta parole, e un paio di metafore. 
Per tutti questi motivi, il friariello oggi è un prodotto di nicchia: diffusissimo e amatissimo a Napoli, ma quasi impossibile da trovare fuori. Ma, come Lazzaro, dalla sua nicchia siamo sicuri che stia per uscire alla grande. Per la gioia dei napoletani che vivono all’estero (cioè in qualsiasi posto che non sia Napoli) e degli esteri che hanno ormai imparato ad amare la cucina napoletana. 
E’ ufficiale: Sua Eccellenza il Friariello sta per diventare l’ultimo Ambasciatore del fattoanapule. Ed è pronto a fare da traino ad altri prodotti italiani. 
I veicoli? Internet, per cominciare. Per scoprire che i friarielli non sono condannati al matrimonio con la storica salsiccia, ma possono scegliere con soddisfazione di coniugarsi con altre specialità. Per dirne una, con la scamorza ai ferri. 
Col tempo il friariello diventerà popolare in ogni parte del mondo. Anche lui (come la pizza, la mozzarella, e probabilmente il parmigiano) verrà fagocitato dall’industria del falso. Dovrà accettare di venir cucinato in mille modi, e assoggettarsi a matrimoni inconsueti; magari con l’hamburger, nelle grandi catene di fast food. 
Matrimoni non necessariamente disdicevoli. Ma – è la solita storia - l’esplosione internazionale del Friariello non danneggerà il marchio “fattoanapule”; lo promuoverà. A sua difesa nascerà infatti di certo il Friariello DOC: una certificazione di qualità a salvaguardia del friariello fatto a mano, cioè cucinato secondo le millenarie tradizioni partenopee. 











































 





lunedì 6 settembre 2010

Chocolate Cake Archimede..

Nome insolito per un dolce godurioso nato ed elaborato, in un momento di voglia di cioccolata, di una cookina del forum di cucina e dal quale poi io ho fatto una variante per il compleanno di mio figlio Chocolate & Coconut Cake.


Ingredienti:
per la base biscotto
150 gr di biscotti 
50 gr burro
una tazzina piccola di rhum
per la farcia
250 gr ricotta 
150 gr cioccolato fondente 
100 gr cioccolato bianco 
  50 gr cioccolato gianduia o una tavoletta ritter cioccolato al latte e nocciole intere o sport o simile

Ho unito al burro fuso e al rum i biscotti tritati e li ho ben amalgamati e pigiati sulla base con cerchio apribile 24 di dimetro cercando livellarli bene. Li ho fatti solidificare nel freezer.
Nel frattempo ho sciolto il fondente ed il cioccolto bianco e intiepidito l'ho amalgamato alla ricotta e, solo in ultimo, ho aggiunto il cioccolato ritter alle nocciole tritato. Dopo aver ben amalgamato la ricotta con il mix di cioccolato, ho spalmato il tutto sulla base di biscotto. E via in frigo per 30" minuti. Per la copertura finale ho sciolto il cioccolato al latte e ricoperto il precedente strato e rimesso in frezeer. Poi con una siringa piena di cioccolato bianco ho disegnato una spirale e con uno stuzzicadenti, partendo dal centro verso l'esterno, ho disegnato dei raggi creando la ragnatela. Ho fatto solidificare anche la copertura e messa in frigo. L'ho tolta dal frigo circa 30" prima di servirla.


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