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giovedì 30 settembre 2010

Crema Simil Nutella senza uova e senza farina


In questa crema non ho messo né uova e né farina che francamente non amo molto... l'ho preparata per farcire la torta alla panna di Katiagioia, torta alla quale ho apportato una variante aggiungendo del Nesquik, per la gioia di mio figlio che adora il cioccolato... e quando ha assaggiato la crema ha detto che sembrava nutella...

Ingredienti
250 ml latte
30 g amido di mais
60 g ciocco fondente
60 g ciocco al latte
60 g ciocco bianco
60 g zucchero
4 cucchiaini colmi di praliné
2 bustine vaniglia

Ho mescolato l'amido con lo zucchero per evitare i grumi, ho versato il latte aggiunto tutto il cioccolato e il praliné... a fuoco lento, continuando a mescolare, ho fatto addensare la crema. 
Si formano dei grumi, ma è normale, basta continuare a mescolare ed è pronta... a fuoco spento ho aggiunto un pezzetto di burro per non far formare la pellicola sulla crema mentre si raffredda....

lunedì 27 settembre 2010

Semifreddo alla Liquirizia e Cocco


La liquirizia quanto mi piace... Prendo sempre il gelato alla liquirizia con una dose enorme di panna.. Così dopo aver fatto il liquore e la crema alla liquirizia, ho voluto preparare anche un semifreddo alla liquirizia e quale occasione migliore se non il mio compleanno. 
Avendo tempo a disposizione e considerando i tempi di riposo in frigo ho diviso la preparazione in tre fasi.

LA BASE
200 gr frollini alla panna
80 gr burro
3 cucchiai abbondanti di farina di cocco

CREMA ALLA LIQUIRIZIA
300 ml di latte
200 ml panna
300 gr zucchero
 30 gr di amido di mais
 57 g di liquirizia pura (scatolina saila) 
   1 bustina di vanillina


IL SEMIFREDDO

Primo strato al cioccolato bianco
200 ml panna vegetale 
100 gr cioccolato bianco
125 ml yogurt bianco
1 cucchiaio e mezzo di cocco disidradato
1/2 bustina di vanillina
   2 gr fogli di gelatina

Secondo strato 
crema alla liquirizia 
4 gr di fogli di gelatina 

Terzo strato al cioccolato bianco e crema di liquirizia
200 ml panna vegetale 
100 gr cioccolato bianco
125 ml yogurt bianco
1/2 bustina vanillina
   1 cucchiaio e mezzo di cocco disidradato
5 gr fogli di gelatina 
crema alla liquirizia

LA GLASSA
150 gr di cioccolato al latte
100 ml di liquore ala liquirizia
4 grammi di gelatina

1° dì) In serata ho preparato la crema alla liquirizia e divisa la dose a metà. Una parte l'ho riposta in frigo e, all'altra, ho aggiunto, sciolta in un po' di latte caldo, 2 gr di gelatina ammollata precedentemente. L'ho messa in una teglia usa e getta di 20 cm di diametro e riposta in freezer.
Dopo ho sbriciolato con le mani i biscotti, aggiunto il burro fuso, la farina di cocco, ho amalgamato il tutto e messo in forma in una tortiera a cerchio apribile da 26 cm di diamentro e riposta in freezer.

2° dì) La mattina, per lo strato di semifreddo al cioccolato bianco, in un pentolino ho sciolto il cioccolato nella panna portata a bollore con la metà bustina di vanillina. 
Ho poi aggiunto lo yogurt, il cocco e 5 gr di gelatina, precedentemente ammollata in acqua fredda e lasciato intiepidire.  Ho amalgamato e versato il tutto sulla base di biscotto solidificata e l'ho riposto in freezer. 
Una volta solidificata ho proceduto nella preparazione del terzo strato come per il primo aggiungendo solo la crema alla liquirizia, quindi nel pomeriggio, ho aggiunto al primo assemblaggio del dolce (base di biscotto + cioccolato bianco, panna e yogurt) il disco di crema alla liquirizia e vi ho versato sopra il restante composto (cioccolato banco, panna, yogurt e crema liquirizia). Il tutto nuovamente al freezer.

3° dì) Ho preparato la glassa facendo sciogliere 150 gr di cioccolato al latte a bagnomaria ho aggiunto il liquore alla liquirizia e 4gr di gelatina precedentemente ammollata. 
L'ho fatta intiepidire, di tanto in tanto la mescolandola di tanto in tanto, l'ho poi versata sul semifreddo e riposta in freezer..
Ho decorato con codette di cioccolato e cocco disidratato e tolta dal freezer una mezz'ora prima di servirla.




domenica 26 settembre 2010

Crema alla Liquirizia

Tempo fa assaggiai del liquore alla liquirizia mi piacque subito, comprai l'alcool e la liquirizia pura e mi misi all'opera..con la liquirizia che mi era avanzata decisi di preparare una crema... non avevo una ricetta quindi di mia iniziativa decisi le dosi e devo ammettere che il risultato fu buono...con la stessa crema preparai anche un semifreddo per il mio compleanno



Ingredienti
300 ml di latte 
200 ml panna
300 gr zucchero
  57 gr di liquirizia pura (scatolina saila) 
  30 gr di amido di mais 
1 bustina di vanillina

Ho mescolato in una ciotola l'amido con lo zucchero per evitare di fare grumi, in un pentolino ho sciolto per bene le liquirizie con il latte caldo, poi ho aggiunto la panna e in ultimo lo zucchero e l'amido. Quando si addensa la crema è pronta. L'ho messa in ciotola di vetro e lasciata raffreddare.
E' squisita l'ho servita in una ciotolina con del cocco sopra.

Liquore alla Liquirizia


Si sa che liquirizia con le sue proprieta officinali e la sua utilizzazione medicinale risale all'antico Egitto, ha proprietà dissetanti, emollienti e sedative della tosse e, intorno alla metà del secolo scorso, è stato accertato che ha anche proprietà digestive e antinfiammatorie gastriche, ma la mia voglia di sperimentare questo liquore è puramente legato al suo gusto. Lo consevo in freezeer e lo sorseggio assaporando tutto il suo fresco gusto.
L'ho assaggiato, per la prima volta, ad un incontro fra amiche... la ricetta è stata presa da Cookaround, semplice e veloce da preparare (Liquore alla Liquirizia )... 
Dopo il liquore ho preparato anche una crema con il cocco

 

e un semifreddo sempre abbinato al cocco...


Curiosità

mercoledì 22 settembre 2010

Crema di fragole



Ingredienti
300 g di fragole
100 g di zucchero
180 g di acqua (un bicchiere di plastica)
30 g di amido di mais
1 bustina di vanillina
un po' di limone spremuto

Innanzitutto devo ringraziare Emilia77, cookina di cookaround, che ha farcito la torta al limone con una crema di fragole, seguendo in linea di massima, la ricetta della crema al limone che faccio io. L'ho provata per farcire la torta al limone per il compleanno di mio marito, variando le dosi e aggiungendo l'aroma alla vaniglia. 
Ho frullato le fragole e tolto i semini con il colino. In un pentolino ho mescolato lo zucchero con l'amido di mais per evitare che si formassero i grumi, ho poi aggiunto il frullato di fragole, l'acqua, il succo del limone e la vanillina.
Ho fatto addensare la crema a fiamma dolce mescolando di tanto in tanto.
L'ho lasciata raffreddare e ho farcito la torta. Ho successivamente preparato anche la gelèe di fragola servito la fetta. Una golosità unica

Fragola



Per fragola si intendono i frutti (in realtà si tratta di un falso frutto) delle piante del genere Fragaria a cui appartengono molte specie differenti.
Comunemente con questo termine si intende la parte edule della pianta: anche se le fragole sono considerate dei frutti dal punto di vista nutrizionale, non lo sono dal punto di vista botanico: i frutti veri e propri sono i cosiddetti acheni ossia i semini gialli che si vedono sulla superficie della fragola. La fragola viene considerata come un falso frutto perché non è altro che il ricettacolo ingrossato di un'infiorescenza, posizionata di norma su un apposito stelo. La pianta, al di fuori del sistema riproduttivo, ha sistemi di moltiplicazione non sessuale, come lo stolone, ramificazione laterale radicante per mezzo del quale può produrre nuovi cespi che sono di fatto cloni dello stesso individuo vegetale.
Le fragole oggi comunemente coltivate sono ibridi derivanti dall'incrocio tra varietà europee e varietà americane.


e ancora 

La fragola ha origine molto antiche, la prima varietà coltivata risale agli inizi del Settecento in Francia. E' un frutto caratterizzato da un ottimo profumo e un sapore dolce. Ha un peduncolo e una rosetta di foglie; la superficie della fragola è ricoperta da numerosi puntini di colore giallo o bruno.
Varietà:
si divide genericamente in fragole di campo e fragole di bosco. Quella di campo è a frutto piccolo e medio, più adatta per la preparazione di macedonie e conserve; quella di bosco (anch'essa ormai, coltivata), ha una consistenza maggiore e si conserva più a lungo. Tra le varietà più specifiche ci sono la Gorella a forma di cuore, la Pocahontas di forma rotonda e la Belrubi dalla forma allungata. 
Quando l'acquistate ...:
controllate che sia soda, e che il colore sia rosso uniforme. Nel caso presenti parti bianche o verde chiaro, significa che la fragola è ancora acerba. Se l'acquistate in vaschetta controllate che non ci siano esemplari ammaccati o ammuffiti. 
Fate attenzione : 
al picciolo, che deve essere ancora attaccato al frutto; al colore della fragola: se è di un rosso scuro vuol dire che è piuttosto matura e quindi va consumata in brevissimo tempo.
Conservazione:
le fragole sono facilmente deperibili, quindi vanno tenute in frigorifero, nello scomparto meno freddo, per 2-3 giorni al massimo, poste su vassoi di cartone o lasciate nel cestino in cui sono state acquistare, in modo che circoli l'aria.

martedì 21 settembre 2010

Crema di Limoncello di nonna Enza

...ho ricevuto in regalo una marea di limoni dal suocero di mia sorella quando, a Pasqua, sono andata a trovarla ad Eboli, quindi mi sono data alla pazza gioia preparando questa crema di limoncello il limoncello


Questa ricetta me l'ha data circa 10 anni fa la mamma di una mia amica siciliana, Enza con l'unica raccomandazione di utilizzare il latte scremato della Parmalat. Ormai la ricetta e "stracollaudata" l'unica variante e che diminuisco la quantità di alcool, perché mi piace meno forte, io ne utilizzo solo 300 ml, ma qui vi riporto la ricetta originale.

Ingredienti
½ l di alcool (io 500 ml)
800 g di zucchero
11 limoni semi verdi
2 bustine di vanillina
1 l di latte parzialmente scremato

Ho lavato 8 limoni e tagliato con il pelapatate la buccia, facendo attenzione a non prendere la parte interna bianca. In un contenitore di vetro a chiusura ermetica ho versato l'alcool sulle bucce e fatte macerare per 4 gg.


Il quarto giorno, in una pentola capiente, ho versato il latte, lo zucchero e la vanillina sulle bucce degli altri tre limoni, sempre prive del bianco e ho cotto il composto a fiamma bassa, mescolando di continuo, senza portare ad ebollizione. (Appena si formano delle piccole bollicine spegnere il fuoco.)


Ho lasciato le bucce in infusione fino a quando non si è completamente raffreddato. Poi ho versato il composto, filtrandolo con un colino, in un contenitore di vetro. Lo stesso ho fatto per l'alcool con le bucce in macerazione. In un terzo contenitore di vetro ho unito i due composti alternando un mestolo di latte ed uno di alcool. Questo passaggio è importante per evitare di far impazzire la crema di limoncello.


In ultimo ho imbottigliato la crema filtrandola nuovamente, e riposta nel freezer...


Gustate un bicchierino di crema al limoncello con bordo zuccherato e con una fettina di limone... ed una fetta di torta al limone ....





Crema alla Crema di Limoncello


Ingredienti

500 ml di latte 
400 gr di zucchero
2 limoni semiverdi, solo buccia
15 gr di amido di mais
1 bustina di vanillina
10 ml di limoncello.

Bagna al Limoncello
100 ml di acqua
  70 gr di zucchero
    1  bicchierino di Limoncello

Per questa crema ho preso spunto dalla preparazione della "Crema di Limoncello", per la quale vanno portate quasi a bollore le bucce di limone in 1 litro di latte con 800 g di zucchero e lasciate in infusione fino al completo raffreddamento del latte stesso. Dovendo farcire la Torta al Limone ho dimezzato la dose, quindi ho pelato i limoni evitando di tagliare la parte bianca. Ho versato in un pentolino il latte ed aggiunto lo zucchero, la vanillina e le bucce di limone, portandolo quasi ad ebollizione a fiamma dolce. Appena si sono formate le prime bollicine ho spento il fuoco lasciando raffreddare completamente il latte. Una volta raffreddato l'ho filtrato in un altro pentolino dove ho aggiunto il limoncello e l'amido di mais miscelando bene per evitare la formazione di grumi. Ho posto il pentolino sul fornello e ho cotto la crema a fiamma dolce mescolando. Quando la crema ha iniziato ad addensarsi ho spento il fuoco e continuato ancora per qualche minuto a mescolarla.  Per la bagna ho portato ad ebollizione l'acqua con lo zucchero e a fuoco spento ho aggiunto il Limoncello. Ho poi  tagliato la  Torta al Limone  e dopo averla bagnata con lo sciroppo l'ho farcita con la crema.  Mummm che delizia!














storia del cioccolato

Theobroma cacao


Pianta del Cacao



cioccoclub 




LA STORIA DEL CIOCCOLATO

L’avventura del cioccolato inizia in America, talmente tanto tempo fa che ancora questo continente non portava il suo nome attuale. Nell’umidità costante del clima messicano, un piccolo albero produceva i suoi frutti simili a zucche contornati dalle foglie di colore verde scuro: la pianta del cacao.
E’ grazie agli insetti ed agli altri animali che si cibavano di questi frutti se queste piante si estesero oltre i confini del Messico per arrivare sino all’attuale Guyana del sud: nutrendosi del frutto, infatti, trasportavano via anche i suoi semi così permettendo alla terra di far nascere sempre più alberi di cacao. Presto, anche l’uomo si accorse della bontà di tale frutto ed iniziarono così a diffondersi le piantagioni.
I primi agricoltori che iniziarono la coltivazione della pianta del cacao furono i Maya. Tale civiltà risale a circa duemila anni prima della scoperta dell’America.
Le terre che si estendono fra la penisola dello Yucatàn, il Chiapas e la costa pacifica del Guatemala furono quindi le prime a vedere l’inizio della storia del cioccolato.
La leggenda dice che la coltura del cacao fu sviluppata dal terzo re Maya: Hunahpu.
La storia ci riporta che il frutto di tale pianta era considerato talmente prezioso che era utilizzato anche come moneta presso la popolazione Maya.
Intorno al X secolo, avvolto dal mistero, si assiste alla distruzione di questa grande civiltà.
Presto la tribù dei Toltechi, proveniente dal nord, si stabilì in questa regione. La capitale fu scelta nella città di Tollan (oggi identificata nella città di Tula, a nord di Città del Messico); il re, un uomo di pace, Topiltzin Quetzalcoàtl (Serpente Piumato), fu costretto da violente pressioni interne a fuggire a sud sino alla città di Chichèn, una città Maya nella penisola dello Yucatàn. Presto il re venne divinizzato entrando così a far parte della mitologia azteca.

Il tesoro del Dio Quetzalcoàtl
La mitologia narra che il Dio possedesse un immenso tesoro composto da “tutte le ricchezze del mondo, oro e argento, pietre verdi chiamate chalchiuitl ed altri oggetti preziosi, come una grande abbondanza di alberi di cacao di diversi colori”.
La leggenda narra che, quando Quetzalcoàtl era ancora un re, a causa di una grave malattia che lo aveva colpito, venne spinto a bere una pozione che gli avrebbe ridato la salute ed invece lo portò alla pazzia: fuggì verso il mare dove trovò una zattera di serpenti intrecciati e si allontanò scomparendo nel mistero.
Prima di partire però, Quetzalcoàtl promise che avrebbe fatto ritorno per riprendersi il suo regno nell’anno posto sotto il segno del “Ce-acatl”.
Secoli più tardi, nel 1519, anno sotto il segno del “Ce-acatl”, una grande nave carica di uomini con scintillanti armature come scaglie di serpente ed elmetti piumati, fece la sua comparsa vicino alla costa orientale del regno azteco.
Immediatamente l’imperatore Montezuma credette alla profezia ed accolse pacificamente quella nave pronto a restituire il regno al Dio Quetzalcoàtl.
Sul battello però non vi era il Dio azteco ma un conquistatore spagnolo: Hernàn Cortès.
Vennero offerti molti doni quali oro, argento, pietre preziose, schiave e… cesti pieni di semi di cacao.
I conquistatori diedero inizio all’espansione della conoscenza del cioccolato in tutti i continenti purtroppo però… distrussero una delle più brillanti civiltà della storia.

lunedì 20 settembre 2010

Un po' di storia del limone


Il Limone Albero della Vita

La pianta del limone è un meraviglioso albero che si distingue dagli altri per la sua generosità.
Secondo la mitologia greca la dea Terra (Gea) per onorare le nozze tra Era e Zeus produsse degli alberelli rigogliosi dai Pomi aurei, emblema di fecondità e amore. Un bene assai prezioso e da presevare. Giove, infatti, timoroso di un loro possibile furto, decise di custodirli in un meraviglioso giardino, sorvegliato dalle Esperidi.L’XIa fatica di Ercole fu proprio quella di dover rubare i preziosi pomi Simbolo del calore e del sole mediterraneo, il limone ha però origini asiatiche e precisamente proviene dall'Estremo Oriente (India e Cina) dove fu trovato allo stato spontaneo. Conosciuto in Cina, in India e nelle civiltà mesopotamiche per le sue proprietà antisettiche, antireumatiche e tonificanti e considerato sacro nei paesi islamici, veniva per lo più impiegato come antidoto contro i veleni, come astringente contro le forme dissenteriche ed emorragiche nonché per tenere lontano il demonio dalle case. Gli antichi Egizi lo utilizzavano per imbalsamare le mummie e spesso lo riponevano nelle tombe con datteri e fichi. I Greci lo importavano dalla Media e lo utilizzavano a scopo ornamentale e per profumare la biancheria e difenderla dalle tarme. Le prime chiare descrizioni dell'impiego del limone a scopo terapeutico risalgono alle opere di Teofrasto, l'allievo di Aristotele, che viene considerato il fondatore della fitoterapia. Era costume degli Ellenici coltivare gli alberi di limone vicino agli ulivi per preservare questi ultimi da attacchi parassitari. Anche Plinio parlò del limone nei suoi trattati e lo prescrisse, tra l'altro, come antidoto verso diversi veleni. E’certo, dunque, che il limone fosse trapiantato ed acclimatato in Campania nel primo secolo dopo Cristo, sia pure come frutto raro. Tra i Romani pare che l'imperatore Nerone ne fosse un assiduo consumatore, ossessionato come era dal presentimento di un suo possibile avvelenamento. 
In Occidente il limone si diffuse intorno all'anno 1000 grazie agli Arabi che lo portarono in Sicilia. La prima descrizione del limone, introdotto dall'India due secoli prima, apparve infatti in scritti arabi del dodicesimo secolo. Le origini del nome derivano dal persiano (لیمو Limu). In Europa la prima vera coltivazione di limoni venne impiantata a Genova a metà del quindicesimo secolo. Nel 1494 i limoni comparvero nelle Azzorre, mentre in America il limone e gli altri agrumi furono portati dagli Spagnoli e dai missionari dopo la scoperta di Cristoforo Colombo. Nel XV secolo si scoprì inoltre che il succo di limone curava e preveniva lo scorbuto, malattia diffusa tra i marinai che si cibavano per lunghi periodi solamente con farine, cibi conservati e altri alimenti privi di vitamina C. Con il tempo si appurò che lo scorbuto dipendeva dalla carenza massiccia e prolungata di vitamina C (acido ascorbico) presente nella frutta e nelle verdure fresche e ciò spiega anche perché si iniziò ad utilizzare i limoni in grande quantità a bordo delle navi. Fu tramite i viaggi per mare che il frutto venne introdotto anche nei paesi del Nord Europa. Le navi che arrivavano nel Mediterraneo si rifornivano di limoni, pagandoli con merci pregiate o addirittura in oro. I frutti acquistati venivano rivenduti a prezzi altissimi nei paesi del Nord, dove il limone era considerato un prodotto di gran lusso, ma sempre a prevalente scopo ornamentale e terapeutico. Solamente nel XVIII secolo il limone cominciò ad essere usato in cucina per aromatizzare cibi e bevande.

Vaniglia



La vaniglia o vainiglia (Vanilla planifolia) è un'orchidea originaria del Messico.
I suoi frutti, comunemente chiamati baccelli, producono la spezia nota come vaniglia.

Storia
Il monopolio messicano


Per più di due secoli, nel XVII secolo e XVIII secolo, il Messico, e in particolare la regione di Veracruz, conserva il monopolio della vaniglia. I Totonachi (antica popolazione Amerinda) rimangono i primi produttori fino alla metà del XIX secolo. Tutti i tentativi di far riprodurre questa orchidea al di fuori del proprio habitat naturale falliscono. Fino al XIX secolo infatti si ignorava che le api melipona giocano un ruolo fondamentale per la fecondazione e la formazione del frutto.
La vaniglia provoca una vera e propria infatuazione in Europa. È sempre più apprezzata nella corte di Francia, dove Madame Montespan ci profuma il bagno. Re Luigi XIV, avendone subìto lo charme, decide di tentare seriamente di introdurla sull'Isola Bourbon (oggi Réunion), ma i diversi tentativi non sono andati a buon fine.
Il successo dell'isola Bourbon


Pianta di vaniglia nell'isola di Réunion

La prima impollinazione artificiale del vaniller fu effettuata nel 1836 nel Giardino Botanico di Liegi da parte del naturalista belga Charles Morren poi, nel 1837, da parte dell'ortocultore francese Joseph Henri François Neumann. Non è un caso se nel 1841 un giovane schiavo di Bourbon di dodici anni, Edmond, mise a punto il procedimento pratico tutt'ora utilizzato. Questo metodo d'impollinazione, la cui paternità viene ingiustamente rivendicata dal botanico francese Jean Michel Claude Richard, fa dell'isola di Bourbon il primo centro "vanigliero" del pianeta, qualche decennio dopo l'introduzione dell'orchidea sul suo suolo nel 1819. Con l'abolizione della schiavitù, nel 1848, a Edmond venne dato il patronimico "d'Albius", correlato al colore bianco del fiore di vaniglia.
La vaniglia è stata anche coltivata sulla Guadalupa e la Martinica, ma con il concentramento della produzione agricola sulla canna da zucchero e sulla banana, è praticamente scomparsa, come numerose altre specie sostituite dalle importazioni.

Lo sviluppo malgascio
Sono i coltivatori di Réunion che nel 1880 introducono in Madagascar la coltura della vaniglia. Le prime piantagioni vengono create sull'isola di Nosy Be. Successivamente prendono piede anche nelle regioni orientali della grande isola, soprattutto in quelle di Antalaha e di Sambava con un clima umido favorevole. La produzione aumenta velocemente e supera le 1.000 tonnellate nel 1929, è più di dieci volte quella di Réunion. Il mercato tuttavia, senza alcuna regolamentazione, fa conoscere alla vaniglia delle crisi cicliche di sovrapproduzione.
Malgrado la concorrenza di altri paesi tropicali come l'Indonesia e l'emergenza delle nuove produzioni, come quella indiana di Kerala, il Madagascar conserva ancora oggi il suo ruolo di primo esportatore mondiale.

Storia della nutella

dolci


La storia della nutella

La Nutella nasce ufficialmente nel 1964, ma le sue origini risalgono agli anni '40, alla fine della seconda guerra mondiale.
Fu allora che Pietro Ferrero, un pasticcere di Alba, provò a sostituire il costosissimo cioccolato con le nocciole (un prodotto tipico delle Langhe piemontesi): nacquè così la Pasta Gianduia (o Giandujot), che era confezionata sottoforma di pani avvolti nella carta stagnola, si tagliava a fette ed era economica.
Nell'estate del 1949 la ricetta venne ritoccata e l'impasto reso più morbido, cremoso. Da lì a due anni venne lanciato un nuovo prodotto, la Supercrema, che venne confezionata in barattoli e venduta come crema spalmabile. Nel 1964 il nome venne modificato in Nutella (al suffisso "nut", che si rifà al termine inglese di nocciola, venne agganciata la desinenza "ella", che evoca attributi positivi ed è facile da pronunciare ad ogni latitudine).

Minori










Originariamente Minori era un piccolo villaggio di pescatori, ma nel Novecento una notevole urbanizzazione - unita al turismo - ha reso Minori una delle piccole gemme della Costiera.


Anticamente, in epoca romana, aveva il nome di Reghinna minoris, allo scopo di essere differenziata dalla più grande e contigua Reginna Maioris (da cui vengono gli odierni nomi "Minori" e "Maiori").


La vita economica e sociale del paese si è sviluppata intorno alla Basilica di Santa Trofimena. Minori è stata sede vescovile per quasi mille anni dall'VIII al XVIII secolo d.C. Per secoli Minori è stato l'unico paese della Costiera Amalfitana a conservare le spoglie di una santa. Santa Trofimena, infatti, oltre che Patrona di Minori, è stata a lungo Patrona dell'intera Costiera e della Repubblica Marinara di Amalfi, oltre che fortemente venerata nella cittadina siciliana di Patti (ME).
Recentemente (1932) è stata ritrovata una villa romana, a testimonianza che "Reghinna Minoris" era una località di soggiorno e vacanza per facoltosi romani.
Nel medioevo Minori fu saccheggiata dai Pisani, in quanto era uno dei principali cantieri della Repubblica marinara di Amalfi.
Nel 1656 la Peste ne decimó la popolazione e solo alla fine dell' Ottocento Minori tornó ad avere una certa importanza, principalmente per via dei suoi "limoni" (e del famoso liquore amalfitano "Limoncello").
Durante lo sbarco degli Alleati del settembre 1943 Minori fu duramente colpita da bombardamenti (Operazione Avalanche).
Attualmente la cittadina è molto frequentata da turisti inglesi ed australiani.




Monumenti 
Il principale monumento è la Basilica di Santa Trofimena, che é a tre navate ampie divise da pilastri con cappelle corrispondenti. La Basilica ha un prezioso pulpito in marmo del Seicento, con un'urna in alabastro contenente le spoglie della Santa Trofimena. 
La Villa Marittima Archeologica Romana del I secolo d.C., scoperta nel 1932 contiene preziosi reperti, mosaici e decorazioni tuttora ben conservati. Antiquarium, Viridarium, Triclinio Ninfeo, le sue decorazioni pittoriche ben rappresentano quella che fu la villa d'otium in cui trascorrere i periodi di riposo di nobili romani. 
L'Arciconfraternita del SS. Sacramento del XVI secolo, recentemente arricchita con splendidi pannelli in ceramica all'ingresso del M° Palladino. Le origini dell'Arciconfraternita sono da collocare al periodo medioevale. 
Il Campanile dell'Annunziata del XII secolo. Prezioso esempio di architettura arabo-normanna. 
Caratteristica è la Chiesa di San Giovanni del Piezulo, di epoca medioevale, vicino alla quale si trovano le mura di una antica residenza nobile, la cosiddetta Torre Paradiso. 
Altre chiese di secondaria importanza sono la Chiesa di Santa Lucia (XIII sec., di impianto paleocristiano con un prezioso ratablo ligneo) che sorge nel centro storico di Minori; la Chiesa di S.Gennaro e S.Maria delle Grazie a Villamena e la Chiesa di San Michele a Torre. 
Infine va ricordato il medioevale Convento di San Nicola in località Forcella. 


domenica 19 settembre 2010

Caprese



La Torta Caprese

La Torta Caprese, diffusa, oltre che a Capri, soprattutto nella Penisola Sorrentina e in Costiera Amalfitana, sarebbe un'involontaria creazione della pasticceria caprese e risale agli anni Venti del secolo scorso.
Sembra, che il cuoco Carmine Di Fiore, avesse dimenticato di mettere la farina in una torta di mandorle che stava preparando per tre malavitosi americani giunti a Capri per acquistare una partita di ghette per Al Capone.
Il risultato fu così buono che i tre americani ne pretesero la ricetta e Di Fiore, battezzatala "caprese", iniziò a produrre la torta con regolarità, ottenendo in poco tempo grande successo e molti proseliti.

Lasciate un messaggio

Chi volesse lasciare un semplice messaggio, una domanda o una critica;  può fare un salto in questo post è scrivere tutto ciò che  pensa sul blog e delle ricette, senza risultare offensivo o volgare.


Grazie a tutti.

Miele & Vaniglia

Liquirizia


la liquirizia

La liquirizia era una pianta importante nell'antico Egitto, in Assiria e in Cina, era già nota nell'antica medicina greca ma solo nel XV secolo è stata introdotta dai frati domenicani in Europa. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono da sempre per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.





giovedì 9 settembre 2010





Per indicare qualcuno che non assurge alle vette più alte del 
pensiero si dice: “Non è un’aquila.” E anche: “Non è una cima.”
Questa seconda espressione si rivela assai poco calzante quando il soggetto di cui si parla è un napoletano. E quando le cime non sono quelle elevatissime del genio, ma le umilissime, terrestri cime di rapa. “Rapa: pianta orticola coltivata per la produzione delle radici, di forma tondeggianteo allungata, dalla polpa bianca e croccante e dal sapore intenso, dolciastro o leggermente piccante”. Così il Dizionario di gastronomia di Antonio Piccinardi. Non ci si lasci ingannare da questa accattivante descrizione:le rape non sanno di niente. E niente sanno; per estensione, una testa di rapaè una testa imbottita di idee sciocche, o - quando va bene- insipide.
L’impossibilità di cavar sangue da una rapa è la metafora linguistica più adatta a descrivere l’inanità degli sforzi di chi cerca di ricavare qualcosa dal Nulla assoluto. 
Ebbene, i napoletani sono riusciti in questa missione che va ben oltrei confini dell’impossibile. Con l’aiuto del proprio proverbiale ingegno, certo: ma pure dell’umilissima rapa. 
Poveri com’erano di tutto, ma non di idee, le figlie di primo letto di mamma Indigenza e papà Bisogno, i napoletani d’antan potevano rivolgere lo sguardo solo verso i cibi poveri quanto loro. 
Ad alzare gli occhi incavati dalla fame verso le finestre dei ricchi erano invece le napoletane, che si affollavano sotto le cucine dei nobili nella speranza che si degnassero di buttar loro qualcosa. 
Quando i ricchi del momento erano i Francesi, i cuochi (i “Monsù”) d’Oltralpe solevano gettare alla plebe gli avanzi (o peggio: i rifiuti) della cucina. 
“Les entrailles”, le interiora del pollame e di altri animali divennero così il nome con cui venivano chiamate le popolane che se le contendevano tra urla e spintoni: “zandraglie”, per l’appunto. 
Forse è per questo che Napoli è considerata un luogo dell’anima: un luogo interiore. Purtroppo, però, non sempre il cibo pioveva dal cielo. Per mangiare, i napoletani cominciarono a guardare in basso: alle cime di rape. Dove per “cime” s’intendono gli ammassi fiorali, le infiorescenze non ancora aperte, delle rape. In una parola, i broccoletti. In Italia, a questo alimento s’interessavano in tanti (specie al
Sud, terra di poveracci):chi li lessava, chi li cuoceva. I Toscani le chiamavano affettuosamente “rapini”, i baresi li cucinavano con le orecchiette. Questa abitudini sono vive ancora oggi, in quelle terre. 
A Napoli no. A Napoli, le cime di rapa prima si lavano, e poi, tutte bagnate,si gettano nell’olio. Con il loro sacrificio danno vita ad uno dei piatti più creativi della cucina partenopea: i friarielli. 
Le cime di rapa cotte nell’olio. Ma dove sta tutta questa creatività? In fondo si tratta di un piatto povero, e pure semplice da preparare. Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Quando qualcosa (o qualcuno) non gli piace, o non lo convince, il napoletano dice: “Nun me dà calore.” Calore va inteso come caloria. 
Il metro è infatti questo: Il Bello (e il Buono) sono le cose che nutrono. 
Contro le calorie aNapoli si è sempre combattuto: non per diminuirle (come si fa oggi nel mondo occidentale), ma per aumentarle. In quest’ottica, le cime di rapa(a buon mercato in qualunque buon mercatino) di calorie ne fornivano davvero poche. In assenza di dietologi e nutrizionisti, quest’informazione proveniva dalla pancia. Per gustarsele, occorreva perciò metterle insieme a qualcosa di fortemente calorico. E’ qui che saltò fuori l’idea geniale, che fece crescere enormemente il 
prodotto interno lardo dei napoletani: le cime di rapa venivano cotte dentro abbondanti razioni di strutto. Che a Napoli, come tutte le grandi madri, è femminile: ‘a nzogna. Cioè la sugna. La cerimonia nuziale tra il lardo e la cima di rapa si chiama frittura. Un metodo di cottura che consiste nel mettere un alimento in un grasso portato a temperatura elevata. Un ottimo sistema per fare un pieno di energia. 
Oggi qualcosa è cambiato: il grasso. Lo strutto ha ceduto il posto all’olio di oliva: quello extravergine, il più stabile alle alte temperature necessarie per friggere. 
L’olio e la frittura però vengono dopo. Prima bisogna dedicare la propria attenzione alle cime di rape. Che vanno raccolte al momento giusto: i fiori devono esserci già, ma non devono essersi ancora aperti. 
Ma non preoccupatevi troppo: a scegliere le cime di rapa più adatte a diventare frarielli ci pensa il vostro “verdummaro”; a meno che non vogliate mettervi dalla parte dell’orto. 
A voi potrebbe toccare il compito di “ammonnarli”: cioè di mondarli delle parti non utilizzabili per la frittura. E’ un altro momento importante, perché vanno lasciate solo le foglie più tenere, insieme a un po’ di gambo: non troppo, ma nemmeno troppo poco. 
Raccolte, “ammonnate”, e lavate, le cime di rapa vengono invitate ad immergersi nell’olio ben caldo, dove avranno l’onore di diventare friarielli. Mai bollirle prima! Gran parte del sapore volerebbe via. 
Nella padella, insieme all’olio, c’è già in attesa l’aglio. A cottura quasi ultimata, si può (si deve!) scoprire, si aggiunge il sale e il peperoncino. Eccoli qua, i friarielli. Finalmente sono nati. Ma da come si muovono nella padella, si comprende che si sentono orfani. Si voltano e si girano, fino a che non vengono portati dalla loro mamma: la salsiccia. Di maiale,ovviamente. I friarielli senza salsicce sono come Stanlio senza Ollio; come don Chisciotte senza Sancho Panza, come Gargantua senza Pantagruel. 
Tanto per restare nel culinario. 
I friarielli sono una specialità tipicamente napoletana. Attenti a non ordinarli nelle altre zone della Campania: già in Penisola Sorrentina, a meno di 50 Km. dal capoluogo, se chiedete una porzione di friarielli vi porteranno dei (magnifici, per carità) peperoncini verdi fritti. Perché “frjere” in napoletano vuol dire semplicemente friggere. Il friariello è di umili origini. Proprio come il piatto più famoso della cucina partenopea: la pizza. Non a caso, “’a pizza ch’e friarielle” è stata la prima variante (dopo la Margherita) della pizza. 
E della pizza, i friarielli condividono il destino: mangiarli fuori Napoli è quasi impossibile, almeno quanto mangiare una “vera” pizza napoletana. Già a Roma, non se ne trovano. Né nei mercati, né nei ristoranti. Ad eccezione di quei pochissimi locali che si fanno arrivare tutto a Napoli: pizzaioli, camerieri e materie prime (pomodori, mozzarella, fiordilatte, e –appunto! – friarielli). Ed è lì che pizza e friarielli si ritrovano di nuovo insieme, per la gioia del napoletano emigrato, ma sempre grato alla sua terra per quello che gli dà. 

“’O treno steva ancora int’a stazione, quann’aggio ‘ntise ‘e primme manduline….” All’interno della Stazione Centrale di Napoli, a pochi metri dai binari, c’è una fontana che reca scolpiti in epigrafe i celebri versi della canzone ”’O Paese d’o sole”. I mandolini che “intende” (con l’orecchio) l’Autore saranno pure stati i primi, ma probabilmente anche gli ultimi. Certo è che a Napoli non si sente più un mandolino dalla notte dei tempi. Nato a Napoli, questo strumento non ha mai lasciato la città: qui è nato, è cresciuto, ed è tranquillamente spirato nel proprio astuccio, circondato dall’affetto dei suoi cari. E così, il primo elemento della trimurti napoletana mandolino-sole-pizza è bello che sistemato. Veniamo al sole. Qui il discorso cambia, ma non del tutto. Non è che a Napoli il sole sia più caldo che altrove (ad esempio, a Palermo lo è di più), né più presente (la città partenopea ha lo stesso numero di giornate soleggiate di Roma, e meno di quante ce ne siano in tante località del Sud.) Il sole napoletano deve la sua celebrità a una canzone: “’O sole mio.” Che non era nemmeno dedicata a lui: quando scrive “o sole mio sta fronte a te”, il Poeta si riferisce al viso della donna amata. Le ugole dei meridionali che affollavano la terza classe e i ponti dei piroscafi in partenza per l’America si sono poi occupati di portare questo malinteso sole fin laggiù, ed oltre. 
Tutto questo per dire che l’Ambasciatore del “Fattoanapule”nel mondo: il celeberrimo sole di Napoli, è solo una metafora, e deve tutto a una bella ragazza rimasta sconosciuta, a un poeta innamorato (Capurro, per la precisione), e a un musicista ispiratissimo (il grande Di Capua.) Sistemato così, dopo il mandolino, anche il sole, non ci resta che mettere mano al terzo elemento (ed unico alimento) della triade: la pizza. Qui però troveremo pane per i nostri denti, perché la pizza è davvero il piatto forte della portata-Napoli nel mondo. Inimitabile, e perciò straimitata in tutte (e con tutte) le salse, la pizza è come quelle pochissime dive che non sono state guastate dal successo; pur cambiando in continuazione, è rimasta sempre la stessa. Ed è generosa da sempre, avendo fatto da apripista per i prodotti della cucina italiana. Facendosi notare, la pizza ha fatto in modo che venissero notate tutte le paste italiane, dai tortellini, ai ravioli, fino ai risotti. Perfino una delle sue spalle più umili, la mozzarella, mettendosi nella sua scia ha conquistato fette di mercato sempre maggiori, riuscendo a mettersi in proprio. Oggi la mozzarella ha un posto nel pasto di milioni di persone, in ogni parte del mondo. 
Il segreto del successo della pizza e della mozzarella non è la loro esclusività, ma esattamente l’opposto: la possibilità di replicarle. Dovunque sia possibile impastare farina ed acqua, e ci siano delle bufale, si possono fare pizze e mozzarelle. Che comunque rimandano sempre, per origine, qualità e tradizione, a quelle italiane. Il Fattoanapule, anche quando viene copiato e replicato in tutte (e per tutte) le lingue, è insomma un eccellente trascinatore del MadeinItaly. Questo fenomeno non si è verificato soltanto in campo alimentare; si pensi alla moda. Tra l’ottocento e il novecento, la sartoria napoletana per uomo era la più rinomata d’Europa, e tra le migliori del mondo. E si è tirata dietro l’intero comparto delle confezioni italiane. 
Succede però che Napoli, oltre a vedersi accreditato il marchio virtuale “FattoaNapule”, sene veda universalmente addebitato un altro, che però è un marchio d’infamia: RifattoaNapule. Napoli è considerata da tutti la capitale mondiale del falso. Ma da quale pulpito viene la predica! Lo dice chiaramente quel che succede tutti i giorni alla pizza, per tacere del parmigiano, e di tanti altri prodotti alimentari e non. 
La nomea di Napoli Regina del Falso è esattamente questo: un falso. Napoli è tutt'al più la città-immagine del contraffatto, con il suo clichè di furbizia truffaldina, ma certamente non la sua centrale operativa. Né potrebbe esserlo, priva com’è di aziende adeguate, di strutture produttive su larga scala. La lunga lista invece del fattoanapule presto,ne siamo convinti, si allungherà inevitabilmente. I tempi sono maturi perché venga conosciuto in tutto il mondo un nuovo straordinario prodotto : il friariello. 
Mai piatto tanto nobile ebbe radici così proletarie. Alla nascita, il friariello non è altro che un broccolo: nu’vruoccolo, come si dice a Napoli di un individuo privo di personalità e di iniziativa. 
Il broccolo è una testa di rapa. Vabbè, non sarà una cima, però le cime ce le ha: le cime di rapa, per l’appunto. Non sottovalutatelo: non è un tipo facile. Bisogna sapere come prenderlo. E quando. 
Le “infiorescenze” vanno infatti raccolte quando non sono troppo mature (altrimenti durante la frittura si disfano), ma neppure troppo poco (in tal caso nell’olio si bruciano, rimanendo dure.) 
E la scelta delle parti del broccolo da destinare alla frittura, come spiegarla? Il motto è: “Ammonnare, non ammonire”. Traduzione: Mondare, non dare suggerimenti. La quantità di gambo da lasciare, le foglie da conservare, sono cose che non si insegnano. Si sanno. Per averle viste fare migliaia di volte dalle nonne e dalle mamme. 
L’arte del friariello fa parte dell’inconscio collettivo dei napoletani (un inconscio regionale, o forse ancor più ristretto: comunale.) Non ci sarebbe da stupirsi se un giorno venisse scoperto nel DNA dei napoletani il gene del friariello. Un gene dominante, sicuramente. 
Ad onta del celebratissimo mare, un tempo tutti i napoletani erano campagnoli. Fino a cent’anni fa la città era un susseguirsi di orti e di terrazzamenti coltivati digradanti per le colline di Posillipo e del Vomero, e ancora tanti ne sopravvivono, pur assediati e frugati dalle mani di cemento che non hanno mai smesso di allungarsi sulla città. Non ci si dimentichi che prima di meritarsi il nome di mangiamaccheroni i napoletani erano chiamati “mangiafoglia”, per la loro passione per la verdura cotta e cruda(insalata). Perciò, magari di cultura ne avevano poca, ma di coltura se ne intendevano. 
Oltre al saperlo coltivare e cogliere, il friariello bisogna saperlo cucinare. Perché Cenerentola si trasformi in Principessa, e non resti una sguattera vestita a festa; affinché il broccolo si tramuti in friariello e non in una testa di rapa fritta; perché il dolce e l’amarostico s’incontrino al centro del palato, e frittura e verdura si abbraccino dolcemente, ci vuole qualcosa che solo i napoletani possiedono: un mix di amore ed olio. Olio extravergine di oliva, naturalmente. 
Molto più che la preparazione del babà e della sfogliatella, operazioni complesse e in un certo qual modo specialistiche, la cottura del friariello viene considerata un test di napoletanità. Perché la cultura – e il genio – si misurano nelle cose semplici. Per spiegare la relatività, un professore di scuola ci mette tre ore e riempie sei lavagne di formule; il grande matematico impiega trenta parole, e un paio di metafore. 
Per tutti questi motivi, il friariello oggi è un prodotto di nicchia: diffusissimo e amatissimo a Napoli, ma quasi impossibile da trovare fuori. Ma, come Lazzaro, dalla sua nicchia siamo sicuri che stia per uscire alla grande. Per la gioia dei napoletani che vivono all’estero (cioè in qualsiasi posto che non sia Napoli) e degli esteri che hanno ormai imparato ad amare la cucina napoletana. 
E’ ufficiale: Sua Eccellenza il Friariello sta per diventare l’ultimo Ambasciatore del fattoanapule. Ed è pronto a fare da traino ad altri prodotti italiani. 
I veicoli? Internet, per cominciare. Per scoprire che i friarielli non sono condannati al matrimonio con la storica salsiccia, ma possono scegliere con soddisfazione di coniugarsi con altre specialità. Per dirne una, con la scamorza ai ferri. 
Col tempo il friariello diventerà popolare in ogni parte del mondo. Anche lui (come la pizza, la mozzarella, e probabilmente il parmigiano) verrà fagocitato dall’industria del falso. Dovrà accettare di venir cucinato in mille modi, e assoggettarsi a matrimoni inconsueti; magari con l’hamburger, nelle grandi catene di fast food. 
Matrimoni non necessariamente disdicevoli. Ma – è la solita storia - l’esplosione internazionale del Friariello non danneggerà il marchio “fattoanapule”; lo promuoverà. A sua difesa nascerà infatti di certo il Friariello DOC: una certificazione di qualità a salvaguardia del friariello fatto a mano, cioè cucinato secondo le millenarie tradizioni partenopee. 











































 





lunedì 6 settembre 2010

Chocolate Cake Archimede..

Nome insolito per un dolce godurioso nato ed elaborato, in un momento di voglia di cioccolata, di una cookina del forum di cucina e dal quale poi io ho fatto una variante per il compleanno di mio figlio Chocolate & Coconut Cake.


Ingredienti:
per la base biscotto
150 gr di biscotti 
50 gr burro
una tazzina piccola di rhum
per la farcia
250 gr ricotta 
150 gr cioccolato fondente 
100 gr cioccolato bianco 
  50 gr cioccolato gianduia o una tavoletta ritter cioccolato al latte e nocciole intere o sport o simile

Ho unito al burro fuso e al rum i biscotti tritati e li ho ben amalgamati e pigiati sulla base con cerchio apribile 24 di dimetro cercando livellarli bene. Li ho fatti solidificare nel freezer.
Nel frattempo ho sciolto il fondente ed il cioccolto bianco e intiepidito l'ho amalgamato alla ricotta e, solo in ultimo, ho aggiunto il cioccolato ritter alle nocciole tritato. Dopo aver ben amalgamato la ricotta con il mix di cioccolato, ho spalmato il tutto sulla base di biscotto. E via in frigo per 30" minuti. Per la copertura finale ho sciolto il cioccolato al latte e ricoperto il precedente strato e rimesso in frezeer. Poi con una siringa piena di cioccolato bianco ho disegnato una spirale e con uno stuzzicadenti, partendo dal centro verso l'esterno, ho disegnato dei raggi creando la ragnatela. Ho fatto solidificare anche la copertura e messa in frigo. L'ho tolta dal frigo circa 30" prima di servirla.


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